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A Roma 10mila no Tav. Trattativa governo-sindaci
 
No alla Tav, no al Mose e no al ponte sullo stretto di Messina (già archiviato, per altro, da un voto parlamentare). Sfilano in diecimila a Roma per fermare «le grandi opere dannose per il Paese». Ad organizzare la manifestazione è il movimento dei comuni della val di Susa. Quel movimento che nello scorso inverno si scontrò con il governo Berlusconi, ma anche con il governo regionale di centrosinistra per opporsi ai lavori della linea dell´alta velocità ferroviaria che, passando per Torino e il nord Italia, dovrebbe congiungere Lione all´Ungheria. In piazza anche un sottosegretario all´economia, il verde Paolo Cento, e, «solo di passaggio», il ministro di Rifondazione Paolo Ferrero, «venuto a salutare degli amici con cui in passato ho condiviso delle battaglie».

Il nodo è sempre lo stesso: se, come, dove deve passare la linea ad alta velocità. Fra gli esponenti della maggioranza più vicini alla protesta No Tav, Ferrero non entra le merito: «Il programma di governo stabilisce già le modalità di verifica sulla realizzazione delle opere». Cento è molto più esplicito: «Mi pare chiaro che la Tav non si farà». Di tutt´altro avviso il ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi, dei Comunisti italiani: «Non ci possiamo permettere che la Tav, ferrovia ad alta capacità, e il Corridoio Cinque passino a nord delle Alpi, sarebbe l'autoesclusione del nostro Paese dei grandi percorsi europei: dobbiamo pensare ai prossimi 100 anni».

Intanto la conferenza dei Servizi sulla Torino-Lione tenutasi venerdì a Roma ha segnato «la riapertura del dialogo» fra il governo e i sindaci della Valle di Susa. Nessun via libera al progetto prima della valutazione di impatto ambientale. Ma l´ipotesi che si fa strada è quella di uno spostamento della linea nella vicina val Sangone. Un'ipotesi sulla quale Giorgio Merlo, capogruppo dell'Ulivo in commissione trasporti chiede di accellerare, sostenendo che «un obiettivo politico è stato già colto: e cioè la potenziale disponibilità del territorio che deve accogliere il nuovo tracciato».


Pubblicato il: 14.10.06
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=60289

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In migliaia sono arrivati a Roma da tutte le regioni della penisola. Vogliono difendere "il giardino", la bellezza dell'Italia. Non ci guadagnao niente per loro. E' l'immagine rovesciata dei professionisti no-tax e dell'egoismo sociale della destra

No Tav-Ponte-Mose: in piazza non per soldi ma per passione
Checchino Antonini
Migliaia di persone hanno manifestato ieri a Roma. Erano i no Ponte, i no Tav, i no Mose. Chi aveva visto i “professionisti” scesi in piazza un paio di giorni prima, e che contestavano la finanziaria più o meno nelle stesse strade, è rimasto colpito. Quelli cosa volevano? Soldi. Cosa difendevano? I loro interessi corporativi. Il popolo che è sceso in piazza ieri era esattamente l’opposto: non aveva da difendere privilegi, interesssi di gruppo, di casta, di ceto, ma semplicemente l’interesse generale e l’importanza della bellezza, dell’ambiente, del “Giardino”. Da una parte i valori della evasione fiscale dall’altra i valori del Giardino. Due idee opposte di lotta politica.

A far fede che fosse una manifestazione autorganizzata, che partiva dal basso, c’è la cifra sulla partecipazione fornita dagli organizzatori: dodicimila. Sicuramente erano di più, ma quel numero non ha le malizie di altre somme roboanti fornite in altre occasioni. Sono venuti a Roma da tutte le regioni per ricordare a chi l’ha scritto il programma dell’Unione.

       Ci si potrebbe scrivere una guida alternativa del Belpaese sui paesi e le valli nominate dagli striscioni che attraversavano ieri le vie di Roma chiedendo di cancellare la legge obiettivo sulle grandi opere. Se la dovessero scrivere i protagonisti della manifestazione sarebbe un libro pieno di storie di democrazia partecipata, di sindaci che si riuniscono con le comunità che li hanno eletti, e si mettono in rete con altre comunità e altri movimenti per negoziare un futuro ospitale, anche per le generazioni future. Se la dovesse scrivere il “partito” trasversale delle grandi opere sarebbe, quella guida, una galleria degli orrori, di vallate viste dai cavalcavia, di falde acquifere sconquassate dalle trivelle, di bucati anneriti dalle polveri sottili e polmoni avvelenati. «Senza risparmiare simboli storici delle città», denuncia, reggendo uno striscione in difesa dal Pincio, minacciato da un parcheggio, un’ambientalista della prima ora come Annamaria Procacci.

Chi li vuole sminuire li accusa di essere comitati “Nimby” - acronimo americano per designare coloro che si interessano solo del proprio giardino. «Ma stavolta - avverte Roberto Musacchio, capogruppo Prc a Strasburgo - i giardini si sono messi insieme. E’ l’Italia un solo, grande giardino».

Nel programma dell’Unione si legge, a occhio e croce, che mai più opere pubbliche saranno calate sulla testa della gente. Perché sia possibile va cancellata «l’antistorica e antidemocratica legge obiettivo che, invece, Di Pietro, nel Dpef, ha definito “grande novità amministrativa”», spiega, mentre marcia su Via Cavour, Antonio Ferrentino, sindaco diessino di Sant’Antonino e presidente della comunità montana della Bassa Valsusa. Sindaco No Tav, come parecchi altri in testa al corteo che scende verso il Colosseo, fascia tricolore e bandiera bianca con la croce rossa che sbarra il passaggio di un treno. No Tav, No Ponte, No Mose. «Un fronte inventato dalla legge che stabilisce tutte quelle opere e cancella la valutazione di impatto ambientale», dice Stefano Lenzi del Wwf, portavoce lillipuziano ai tempi di Genova, oggi esperto di infrastrutture per l’associazione del Panda. Intorno c’è gente di tutte le età, spesso intere comunità che marciano in buona compagnia di Legambiente, Cobas, Action, Forum ambientalista, Rifondazione, Sinistra europea, verdi ecc... «Sono parte del popolo dell’Unione», dice Paolo Ferrero, l’unico ministro che passa a salutare. Il suo collega all’Ambiente, Pecoraro, è a Ginevra al congesso europeo dei verdi ma ci sono un po’ di vice e sottosegretari, il verde Cento; Patrizia Sentinelli, vice di D’Alema agli Esteri, vecchia conoscenza del popolo ambientalista, che sale sul palco e assicura: «Non si può fare a meno della volontà delle comunità». Ma al governo «c’è un’anima “sviluppista-industrialista” e una che crede in un altro modello di sviluppo - segnala Laura Marchetti, sottosegretaria all’Ambiente - la forza dei movimenti può fare la differenza, governare non significa essere espressione dei poteri forti». Questa connessione tra tutte le vertenze ambientali «è un segnale importante, utilissimo in questa fase», dice, sfilando a fianco del sindaco di Acerra (No inceneritore) Tommaso Sodano, presidente della commissione Ambiente di Palazzo Madama. Sta pensando al dibattito sulla la delega ambientale, eredità del ministro Matteoli che stravolge i codici su acqua, scarichi, rifiuti.

Se chiedi quanti siano in piazza, Mirko Lombardi, responsabile Ambiente di Rifondazione, risponde che sono «più dei professionisti» che, due giorni prima, hanno contestato la Finanziaria per interessi molto meno generali. I promotori dicono 12mila, forse sono di più e tutti “autoconvocati”.

La Tav pare essere l’incubo più “gettonato”. Non piace neppure ai marchigiani pronti a battersi contro il cosiddetto Quadrilatero. Potrebbe non attecchire nemmeno in Valbondone, dirimpettaia della Valsusa, dove certi sindaci di centrodestra stanno negoziando con il “partito delle grandi opere” per far passare l’alta velocità in cambio di un pugno di miliardi consistente. Gianni Ascheni, che al suo paese fa il fisioterapista, racconta che è un vecchio progetto di quando l’attuale presidente piemontese, Mercedes Bresso, diessina “sì-tav” come Chiamparino, era presidente della provincia. E’ solo un’ipotesi, tutta da verificare, ma non pare meno cruenta di quella bocciata dai valsusini che, al momento giusto, potrebbero ricambiare la cortesia di Gianni Ascheni e quelli come lui che, dalla Valbondone, vanno a Susa a dare manforte a chi difende la valle. Perché da quelle parti la vita è cambiata da quando la partecipazione popolare ha inceppato le grandi, devastanti, obsolete opere. Basta sentire il racconto di Giuliana e Lea su quello che succede ogni giorno nei tre presìdi costruiti dove sarebbero sorti i cantieri. Sono diventati luoghi di socialità consapevole, di dibattito e festa. «Il binomio è dato da beni comuni e partecipazione», spiega il coordinatore nazionale di Attac, Marco Bersani, domandandosi, anzi, domandando all’Unione: «Chi decide l’interesse generale?».

Chi avesse pensato che la decisione del governo di accantonare il Ponte sullo Stretto potesse fermare i manifestanti da Scilla e Cariddi avrebbe commesso un errore. Erano tanti e visibili. Anche perché non hanno ancora vinto: «Per quello bisogna che chiuda per sempre la società Stretto di Messina Spa», chiede Renato Accorinti, insegnante di ginnastica messinese. Anche perché la «legge c’è ancora, e c’è ancora la lobby che vuole quelle opere», avverte Claudio Calisti del Wwf teramano, animatore della battaglia contro un altro progetto accantonato, il terzo traforo del Gran Sasso, “capolavoro” di Lunardi (che con i primi due, da giovane ingegnere, dimezzò la più grande riserva idrica d’Europa).

Sulla scia delle tre battaglie più famose è scesa in piazza un’Italia - da Genova ad Aprilia, dalla Lombardia a Ciampino, da Mestre a Civitavecchia fino alla calabrese Val di Neto - angosciata da progetti di turismo invasivo o da inceneritori, rigassificatori, antenne, megaparcheggi, terzi valichi, gronde, porti, funivie, aeroporti, autostrade, centrali a carbone, che impoveriscono territori, cancellano paesaggi unici e fanno ammalare la gente ricattata dalla promessa di «lavoro poco e cattivo», riconosce Giorgio Cremaschi della Fiom cogliendo la connessione sentimentale con chi scenderà in piazza il prossimo 4 novembre contro la precarietà e una finanziaria che - denuncia dal palco Agnoletto - «dirotta sulle grandi opere i soldi dei Tfr». Come ieri, si tratterà «di una grande questione di democrazia e di un’idea di sviluppo diversa», conclude Paolo Beni, presidente dell’Arci.
http://www.liberazione.it/giornale/061015/default.asp


 

In centinaia dalla Toscana

«Salviamo
la Val Di Sieve.

No alla tratta tirrenica»

«Siamo venuti da Firenze per dire “no”». A cosa? Agli inceneritori della Val Di Sieve, al sottoattraversamento della città, alla tratta autostradale tirrenica. Sfilano dietro gli striscioni di “un’altra città, un altro mondo” capeggiati da Ornella De Zordo e dal fratello Maurizio. E sono in tanti. «Dicono che hanno trovato i fondi per la Tav di Firenze - ci spiega Tiziano Cardosi, del comitato cittadino “No Tav” - ma sapete che significa?». No, che significa? «Intendono avviare la cantierizzazione della città per la realizzazione di un sottoattraversamento. Una cosa assurda dalle conseguenze inimmaginabili per la città. Il progetto è fermo al Mugello. Noi faremo di tutto per bloccarlo definitivamente». «Siamo qui - spiega ancora Ornella De Zordo - perché vogliamo far sentire la voce della Toscana, di quella che chiede di bloccare un’opera innanzitutto devastante come il sottoattraversamento della città, ma anche per chiedere di fermare gli inceneritori della piana di Firenze della Val Di Sieve e per quel tratto autostradale del corridoio tirrenico». Le richieste sono molteplici, i comitati cittadini sono numerosi, i movimenti in marcia ma - spiega De Zordo - il nostro obiettivo è unico: sollecitare risposte da questo governo.

Dalla Val Di Sieve vengono per fermare gli inceneritori. «Sulle rive del fiume Sieve hanno in mente di ingrandire l’inceneritore esistente - ci racconta Elena Camparini - e di almeno dieci volte. Ma non si rendono conto che deturperebbero una valle che dal punto di vista naturalistico è inimmaginabile?». Luigi Chezzi la accompagna. «Quella valle - aggiunge - ce la invidiano nel mondo. Ma ci rendiamo conto?». Evidentemente no. E le tante domande che non trovano ancora risposta si uniscono a una sola richiesta. «E’ necessario che questo governo - sottolinea ancora Ornella - si renda conto che non intendiamo cedere sulle politiche ambientali, sul territorio. Vogliamo che si rispettino degli obiettivi prioritari che non sono certamente la Tav o un’opera assolutamente inimmaginabile come il sottopassaggio di Firenze. Vogliamo che si rispettino la natura, gli ecosistemi, il paesaggio, e anche i cittadini».

CM

http://www.liberazione.it/giornale/061015/default.asp

 


 

 


 

Da Aprilia la rete cittadina

«La centrale turbogas? Debbono bloccarla»
Castalda Musacchio
«Ci stiamo muovendo». Maria porta lo striscione. E ci sono ancora Roberto rigorosamente in tuta bianca e Michele. Segue il carro. E’ la rete cittadina di Aprilia in piazza contro un progetto «mostruoso». La costruzione della centrale turbogas. Una delle tante lotte in corso portate simbolicamente qui a sfilare per le strade della Capitale. Distribuiscono volantini. La domanda resta la stessa da due anni. «La Società energia Spa ha presentato un progetto per la costruzione di una centrale termoelettrica a ciclo combinato, alimentata a gas naturale, con una potenza elettrica di 780 Mwe da fare proprio ad Aprilia. Perché costruirla proprio da noi?». Già, perché costruirla “tout court”?

La battaglia della rete cittadina è cominciata da tempo, da quando al governo - sottolinea Roberto Sanna uno dei promotori della Rete - c’era il centrodestra. E adesso? «Adesso ci aspettiamo che l’Unione ci fornisca ben altre risposte». «Nel 2002 - spiega - è stato varato il decreto che ha approvato questo progetto. Ed è tutto pronto per la costruzione della centrale, ma noi? Noi non la vogliamo». «Chiediamo - aggiunge Michele Azzerri (segretario di Rifondazione ad Aprilia) - un segnale di discontinuità. Quella discontinuità che non si vede. Sembra che le intenzioni anche di questo governo non vadano nella direzione che auspicavamo. E ci attendiamo attenzione. Lo scorso governo ha attuato una politica energetica disastrosa, a questo governo chiediamo altro. Sicuramente pretendiamo altre risposte». Rifondazione e i Verdi all’interno della compagine di centrosinistra sono a fianco dei cittadini.

Gli unici partiti, contro le resistenze di Margherita e Ds - spiega Mario - che sono scesi in campo per dire “no” a un’altra opera inutile e dannosa. Dannosa per un territorio già devastato, dannosa per la salute stessa dei cittadini. Una centrale di turbogas - spiega uno dei volantini distribuiti - dispiega nell’aria 4.400 tonnellate di ossidi di azoto, 2.600 tonnellate di monossido di carbonio, 5.900mila tonnellate di C02 e 730 tonnellate di polveri totali. Non basta: perché produce un innalzamento della temeratura di 2/3 di gradi centigradi. Consuma 1.750mila litri di acqua al giorno, producendo ancora piogge acide dannose per l’agricoltura. «E’ questo lo sviluppo sostenibile che vuole l’Unione?».

http://www.liberazione.it/giornale/061015/default.asp

 

 
 
Grandi opere. Migliaia in piazza a Roma
16 ottobre 2006
"Non ci ruberete il futuro". Con questo striscione all'inizio del corteo, i no-Tav della Val di Susa hanno manifestato per le vie di Roma contro la legge Obiettivo e le grandi opere "dannose per il paese". Hanno sfilato in settemila, secondo Antonio Ferrentino, presidente della comunità della Bassa Val di Susa e organizzatore della manifestazione. Settemila per dire "no" alla linea ferroviaria ad alta velocità in Val di Susa, al Mose di Venezia, al ponte sullo Stretto di Messina. E tra ambientalisti, sindacalisti e semplici cittadini, c'erano anche politici del centrosinistra e membri del governo, in sintonia con le ragioni della protesta. La manifestazione è stata organizzata dal coordinamento dei comuni della Val di Susa, con l'adesione di Legambiente, Wwf, Italia Nostra, Fiom-Cgil e altre associazioni. Al governo chiedono il "superamento" della legge Obiettivo e il congelamento del Programma delle infrastrutture strategiche. Provvedimenti che "hanno consentito di fare carta straccia delle valutazioni ambientali e hanno umiliato la partecipazione di enti e popolazioni locali". Servono invece, affermano i No-Tav, nuovi piani nazionali e regionali per energia, rifiuti e territorio, realizzati tutelando l'ambiente e coinvolgendo i cittadini. Hanno sfilato in migliaia da piazza della Repubblica al Colosseo e, tra bandiere cartelli e striscioni, c'erano anche esponenti di rilievo della maggioranza. Si è fermato solo pochi minuti il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, che ha detto di condividere le ragioni della manifestazione. Ha però precisato di essere passato solo a salutare alcuni amici "compagni di battaglie in passato", ma come ministro non avrebbe partecipato alla protesta. In testa al corteo dall'inizio alla fine, invece, il sottosegretario all'Economia Paolo Cento, che ha ribadito il "no" dei Verdi a Tav, ponte sullo Stretto e Mose di Venezia, "opere non prioritarie". Non ci sono possibilità di mediazione, ha detto Cento, "il ministro Di Pietro deve farsene una ragione". Sulla stessa linea anche il viceministro degli Esteri, Patrizia Sentinelli (Prc), che dal palco al Colosseo ha affermato la necessità di ascoltare il volere delle comunità locali. Le ragioni dei no-Tav, ha detto, "devono essere sentite dal governo. E in Val di Susa la gente non vuole l'alta velocità". Un progetto bocciato anche dal sottosegretario all'Ambiente, Laura Marchetti (Prc), così come il Mose e il ponte sullo Stretto, "opere distruttive e inutili". Il governo dovrà decidere sul destino di questi progetti, ha aggiunto la Marchetti, "e non c'è solo la posizione del ministro Di Pietro".
 

 
da "il manifesto" del 15 Ottobre 2006

Migliaia di «no» alle grandi opere

In diecimila sfilano a Roma contro Tav, Mose e ponte sullo Stretto, ma anche contro decine di progetti «decisi sulla nostra testa»
Carlo Lania

Il Ponte sullo Stretto non c'è più, affossato tre giorni fa dall'Unione che ha bocciato la sua costruzione. Al suo posto, però, sopravvivono altre grandi opere. Come il Mose a Venezia, o come l'alta velocità che, a partire dalla val di Susa, riguarda mezza Italia. E poi trafori, inceneritori, gassificatori, centrali a carbone, progetti di privatizzazione dell'acqua, discariche... Basta leggere gli striscioni scivolati ieri pomeriggio lungo via Cavour a Roma per capire quante sono in Italia le grandi opere (ma anche le medie e le piccole) in progetto o in fase di realizzazione più o meno avanzata. Opere spesso non volute. Contestate e contrastate da chi, poi, ci dovrebbe vivere accanto e invece non ci pensa nemmeno. Chiamarli no-Tav sarebbe riduttivo. Sì perché le migliaia di persone arrivate ieri a Roma da tutta Italia non sono solo contro l'alta velocità, ma contro tutte le grandi opere decise «sopra le nostre teste». «E' bello vedere come, dalla val di Susa alla Sicilia, siamo tutti contrari al modo in cui vengono realizzati certi mega progetti, prescindendo dalle popolazioni locali e con un gestione discutibile degli appalti», spiega ad esempio Viviana, 25 anni, una dei ragazzi del RitaExpress che sfilano dietro uno striscione contro il ponte sullo Stretto.
Hanno risposto in tanti all'appello per una manifestazione nazionale contro le grandi opere lanciato dai comitati No-Tav, No-Mose, No-Ponte e alla quale hanno aderito Wwf, Legambiente, Italia nostra, Campagna Sbilanciamoci, rete del Nuovo Municipio, Fiom, Carta e il manifesto. Quando il corteo parte da piazza Esedra, dietro uno striscione che grida «Non ci ruberete il futuro», sono circa diecimila le persone che si incamminano verso il Colosseo, allegre e determinate nel chiedere la modifica della legge obiettivo, che oggi esclude i piccoli comuni dalla concertazione. Un corteo che, a ben guardare tra i cordoni, si potrebbe definire di lotta e di governo. Numerose, infatti, le facce dei politici presenti, tutti targati Verdi e Prc. Come Paolo Cento, sottosegretario all'Economia, o come il ministro per la Solidarietà Paolo Ferrero, la sottosegretaria agli Esteri Patrizia Sentinelli, il capogruppo di Rifondazione al Senato Giovanni Russo Spena, Angelo Bonelli, Francesco Caruso o l'europarlamentare Vittorio Agnoletto. Una contraddizione? Macché. «Rivendichiamo il fatto che dentro il governo deve prevalere il no alla realizzazione di opere altamente distruttive», spiega Cento. E poco male se Di Pietro ha definito la legge obiettivo come la novità legislativa più importante degli ultimi anni. «Le popolazioni locali - replica pacatamente Russo Spena - hanno vinto tante battaglie, batteranno anche Di Pietro».
La mappa della protesta è varia e non risparmia nessuno. E così se a Venezia si contesta il Mose, a Civitavecchia il comitato no-coke protesta contro la riconversione a carbone della centrale Enel. Fino a scoprire progetti di cui si parla troppo poco. Come la costruzione da parte di Ray Way di una mega antenna a Blera, in provincia di Viterbo: «180 metri di altezza, 600 kw di potenza irradiante e 5.300 metri cubi di nuove costruzioni in cemento armato, il tutto in uno dei luoghi simbolo della cultura etrusca», come ti spiega chi protesta. Ma ce n'è anche per il sindaco di Roma Veltroni e per il suo progetto di costruire un parcheggio al Pincio.
Ma il cuore della protesta sono loro, i valligiani della val di Susa. A Roma sono arrivati in tanti, almeno 1500/2000, sindaci in testa, e si fanno sentire: «Sarà dura» gridano sparsi per il lungo corteo. Sarà dura sì, se è vero che i colleghi sindaci della vicina Val Sangone avrebbero detto di sì all'alta velocità. «Ma sarà vera questa notizia?» si chiede Mauro, passo da montanaro allenato sui sentieri di Condove. «La settimana scorsa abbiamo fatto un volantinaggio proprio tra quei comuni e le popolazioni non mi pare che siano d'accordo». Comunque sia, una cosa è sicura: «Noi non siano di quelli che dicono "Non nel mio cortile" e poi chiudono gli occhi se la tav la fanno da un'altra parte. Noi diciamo no alla tav ovunque, non scarichiamo i nostri problemi sugli altri». La pensa così anche Antonio Ferrentino, «il meridionale più amato della val di Susa», il presidente della comunità montana della valle che ha guidato fino a oggi la protesta contro l'alta velocità. Con su la fascia tricolore non nasconde la soddisfazione per il successo della manifestazione: «Non era facile mettere d'accordo tutte le associazioni, ma ce l'abbiamo fatta». Qualche problema in effetti c'è stato. Più di un'associazione, infatti., ha ritenuto la piattaforma dell'iniziativa un po' troppo benevola nei confronti del governo di centrosinistra. Un mal di pancia che si fa sentire anche nel corteo, come conferma uno striscione che avverte: «Tav: non esistono governi amici».
http://www.ilmanifesto.it/g8/dopogenova/
 
da "il manifesto" del 15 Ottobre 2006

Alta velocità, un pozzo senza fondo che il governo alimenta


Stefano Lenzi *

Tentazioni di un ritorno al futuro emergono dai segnali contraddittori che vengono dal governo sulla questione delle infrastrutture strategiche e del sistema dell'Alta velocità ferroviaria. Un «pianeta governo» piuttosto caotico, visto che vi convivono gli entusiasmi acritici del ministro delle Infrastrutture Di Pietro sulle grandi opere e le prudenze istituzionali del presidente del Consiglio Prodi e del ministro dell'Economia Padoa-Schioppa.
Prudenze che svaniscono come una bolla di sapone se si legge quanto c'è scritto nel disegno di legge sulla Finanziaria 2007 riguardo alla destinazione a un Fondo costituito presso l'Inps dei 6 miliardi di euro (derivanti dalla quota inoptata del trattamento di fine rapporto) per le grandi opere o se ci si sofferma sui 2 miliardi e 100 milioni di euro previsti per finanziarie l'alta velocità dal 2008 (derivanti probabilmente dal Fondo Inps), sugli altri 286 milioni di impegni quindicennali sempre per la Tav e sui 200 milioni di euro previsti in 15 anni per le infrastrutture strategiche.
La costituzione del Fondo Tfr dei lavoratori del settore privato presso l'Inps, sinora affidato alle aziende, rischia di naufragare perché qualcuno ha avuto la bella idea di chiedere un prestito forzoso ai lavoratori per finanziare le grandi opere. Come Wwf Italia abbiamo chiarito (come hanno sottolineato anche i sindacati confederali) che questo Fondo non è né dello Stato né delle aziende e che, soprattutto, non può essere utilizzato per interventi ad alto rischio di investimento e bassa remuneratività come sono quelli per la Tav e per le infrastrutture strategiche. I costi del progetto originario Milano-Roma-Napoli, più la Milano-Genova, sono cresciuti di circa il 500% (da 13 miliardi di euro agli attuali 60 miliardi) a partire dal '91, senza contare gli investimenti necessari per le nuove tratte ad alta velocità (corridoio dei due mari da Genova ad Anversa e prosecuzione verso nord, Milano-Brennero, e verso Sud, Battipaglia-Reggio Calabria, della dorsale tirrenica) che rischiano di far raggiungere quota 100 miliardi. I costi del Primo Programma delle infrastrutture strategiche sono esplosi in meno di 5 anni, secondo il Servizio studi della Camera che ha rilevato come il costo totale fosse più che raddoppiato, salendo da 125,8 miliardi di euro a 264 miliardi.
Il governo vuole alimentare ancora questo pozzo senza fondo, che va solo a beneficio delle grandi società di progettazione e delle grandi aziende del settore edile, o vuol fare gli investimenti veramente necessari nel settore dei trasporti, ponendo a seria verifica il sistema contrattuale e finanziario dell'alta velocità e i meccanismi realizzativi derivanti dalla Legge Obiettivo che gravano sui conti pubblici e contribuiscono alla devastazione dell'ambiente?
Il Wwf Italia chiede chiarezza rilanciando il suo decalogo per il superamento della Legge Obiettivo, basato su tre capisaldi: riportare trasparenza e legalità nell'assetto neo-corporativo del mercato dei lavori pubblici, condizionato dallo strapotere dei generali contractor e dei concessionari autostradali; sottoporre i piani e programmi a Valutazione ambientale strategica e ripristinare la Valutazione di impatto ambientale sui progetti definitivi, nel rispetto delle procedure partecipative per cittadini ed enti locali; definire un nuovo Piano dei trasporti e della mobilità che cancelli il programma Lunardi e riscriva le priorità di intervento.
* Wwf Italia
 

LINK UTILI

http://www.notav.it/

http://www.notav.info/

http://www.nopontestrettomessina.it/

http://www.messinasenzaponte.it/site/index.asp

http://www.nomose.org/

http://www.nomose.splinder.com/


 

Foto del sito www.edoneo.org Copyleft (Roma,14.10.2006)

 


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